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IKEA

Ingvar Kamprad, meglio conosciuto come fondatore dell’azienda di mobili IKEA, ha la nazionalità svedese, laborioso, disciplinato e modesto. Uno che fa il contrario degli altri.

Ha un motto:

in ogni problema c’è un’opportunità.

Possiede di tutto, compresi vigneti in Francia e una linea ferroviaria per le merci Svezia-Germania. Vive in Svizzera, sul lago di Losanna.

A cinque anni andava in bicicletta da Agunnaryd a Malmoe, comprava i fiammiferi a pacchi e li rivendeva ai vicini a decine. A nove andava a pescare e recapitava i salmoni a domicilio. A 17 crea una società di vendita per corrispondenza: biro, portafogli e semi di verdure consegnati dal lattaio.

A 27 anni apre il suo primo mobilificio.

Oggi il Sig. Ikea ha 82 anni, uno degli uomini più ricchi del mondo, ed è ancora pieno di progetti.

La sua avarizia è leggendaria. Va in ufficio in metropolitana, fa la spesa quando il mercato sotto casa smonta, viaggia in classe economica, non butta via un foglio se non è stato usato da entrambi i lati, si fa tagliare i capelli dalla moglie e, quando dal bar della camera d’albergo prende una bevanda, la rimpiazza con una comprata al supermercato.

La sua morale?:

«Se pratico il lusso, non posso predicare il risparmio. E’ una questione di buona leadership».

Il padre di Kamprad era guardaboschi e questo spiega l’interesse del figlio per il legname e i suoi derivati.

Comincia con una sedia, una poltrona e un tavolino basso, che fa costruire in una falegnameria vicino a casa e mette in vendita a un prezzo del 30% più basso del mercato. Ben presto si allarga: nel 1953 compra delle baracche abbandonate, cambia le finestre e apre il primo punto-vendita, dove si può toccare e provare. I clienti vengono accolti con un caffè e un panino. «Nessuno compra mobili se ha la pancia vuota», scriverà nella sua autobiografia – «La storia dell’Ikea» – uscita nel 1998.

Il marchio è sempre quello della vecchia società, un acronimo: I come il suo nome, K come il suo cognome, E come Elmtaryd la fattoria, A come Agunnaryd il villaggio.

Chiede ai designer di progettare componenti e non pezzi interi: occupano meno spazio, riducono le spese di trasporto e magazzino. Ricicla gli scarti di una lavorazione in nuovi prodotti. E chiede ai clienti di montare i mobili da sé: «Tu fai la tua parte, noi facciamo la nostra e insieme risparmiamo». Battezza ogni pezzo: nomi femminili per le camere da letto, maschili per le cucine.
I concorrenti sono colti di sorpresa dal nuovo marketing e dal suo successo, si alleano per tenere Kamprad fuori dalle fiere del mobile. Ricattano i fornitori: se lavorate per lui, avete chiuso con noi. Lui risponde facendosi consegnare la merce di notte. Ma quando ha un ordine di 40 mila sedie e nessuno che gliele fabbrica in tempo, si guarda intorno e le fa costruire in Polonia.

Oggi il catalogo Ikea – 180 milioni di copie in 24 lingue diverse – è il testo più letto al mondo dopo la Bibbia.

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